Una città polarizzata: solo chi è già ricco riesce a stare al passo

Abbiamo chiesto al professor Maurizio Bergamaschi di aiutarci a interpretare il report sui redditi dei bolognesi. Ecco cosa ci ha detto.

Il reddito medio dei bolognesi cresce, e non di poco: dal 2022 al 2023 è salito di circa il 6,6%. Questa è una delle informazioni contenute nel report dei redditi dei bolognesi diffuso dal Comune alcune settimane fa. Un documento importante, denso di numeri, ma che bisogna saper interpretare per non scivolare su pericolose semplificazioni.

Abbiamo pensato di chiedere una mano al professor Maurizio Bergamaschi, ordinario di sociologia dei servizi sociali all’Università di Bologna ed esperto di marginalità, per aiutarci a leggere quei numeri con le lenti delle scienze sociali.

Professore, lei come sintetizzerebbe il report sui redditi dei bolognesi?

“Dal mio punto di vista, la parola chiave, sebbene mi sembra non sia mai nominata nel report, è “polarizzazione”: semplificando c’è una parte della città che è sempre più ricca, l’altra parte sempre più povera. Dal 2007 al 2023 i redditi più elevati sono aumentati del 12%. Nello stesso lasso di tempo, le persone a basso reddito hanno visto una crescita soltanto del 3%, cioè non abbastanza per contrastare l’inflazione e l’aumento del costo della vita, e nemmeno lontanamente in linea con la crescita del resto della città.

Va inoltre sottolineato che questo report descrive i redditi dei bolognesi e non considera né i loro valori mobiliari né quelli immobiliari, elementi fondamentali nel definire la ricchezza delle persone. Osservo perciò in prima istanza una polarizzazione dei redditi sul lungo periodo e contestualmente – e neanche questo il report può registrarlo – l’invisibilità di questa polarizzazione. Quote di popolazione impoverite diventano invisibili , il “popolo dell’abisso” non si vede. Vediamo solo quella medietà che non ci allarma”.

Innanzitutto, le chiedo di aiutarci a familiarizzare con le parole che il report usa: si parla di reddito medio dei bolognesi (28.573 euro lordi per contribuente) e di reddito mediano  (22.778 euro)…

“Il report cita entrambi, ma bisogna prestare maggiore attenzione a quello mediano. Ricordiamo l’esempio di Trilussa: se tu mangi due polli al giorno, e io nessuno, tu e io mangiamo in media un pollo al giorno a testa. Il reddito medio distribuisce su tutta la popolazione il reddito totale, ed è una forzatura. Il reddito mediano spacca il campione a metà: se su 6 persone, 5 guadagnano 10mila euro e una persona ne guadagna 70mila, quindi il totale è 120mila euro, il reddito medio è 20mila euro, ma quello mediano è 10mila. Questo perché, semplificando, il reddito mediano spacca il gruppo a metà, e in uno dei due gruppi tutti guadagnano 10mila euro”.

Parlando di reddito mediano, colpisce la questione dei cittadini stranieri…

“È il dato che parla maggiormente: il loro reddito mediano è di fatto la metà del reddito mediano degli italiani. Ed è molto basso: 13mila euro scarsi. In una città come Bologna, con il suo costo della vita, 13mila euro sono un reddito insufficiente per vivere, che non ti permette di sostenere il costo della vita in questa città. Da questo punto di vista, se allarghiamo lo sguardo alla popolazione generale, vediamo che nel 2023 ben il 42% dei contribuenti a Bologna ha dichiarato redditi inferiori a 20mila euro l’anno. Questo ci dice che tanti bene bene non stiamo. Quando la soglia la spostiamo a 30mila euro l’anno, che non è una cifra astronomica ma che consente un po’ faticosamente di vivere a Bologna, quelli sotto tale soglia diventano il 70%.  Poi magari, comparando questi dati con quelli di altre città, scopriamo che stiamo meglio, ma questo non deve consolarci.

Nella distribuzione della ricchezza, c’è anche una questione geografica, ci sono un centro e una periferia…

“Il report ci dice che i quartieri a sud sono più ricchi, mentre quelli a nord sono tendenzialmente più poveri. Mostra, cioè, ancora una volta, quella polarizzazione anche spaziale che divide la città. Bologna, tra l’altro, ha una struttura particolare: le città hanno di solito un centro storico ricco e poi, per cerchi concentrici, la ricchezza tende a ridursi mentre si procede verso la periferia. Bologna non ha questa struttura ma una divisione orizzontale.

Se vogliamo allargare lo sguardo all’area metropolitana, e lo facciamo necessariamente consultando altre fonti, la provincia ha in linea di massima dei redditi più contenuti, e questo è legato anche a un fenomeno che interessa quelle quote di popolazione che si trovano nella necessità di spostarsi verso la provincia per trovare casa a un costo sostenibile. Non vanno verso la prima cintura, cioè San Lazzaro e Casalecchio, che hanno un mercato della casa molto simile a quello del capoluogo, ma verso la seconda cintura.

Quelle quote di popolazione le osserviamo tutti i giorni, negli orari di entrata e di uscita dal lavoro, viaggiare sui mezzi pubblici e sulle strade provinciali. Questo è un aspetto che impatta sulla vita delle persone, che trascorrono sempre più tempo in macchina o negli spostamenti.

Ci sono poi delle persone, e parliamo in gran parte di persone con background migratorio, che di fatto non possono nemmeno trovare una residenza fuori Bologna: chi è occupato nella ristorazione o nelle pulizie, per fare due esempi, inizia a lavorare alle 5 o alle 6 del mattino, troppo presto per riuscire a raggiungere il luogo di lavoro con il servizio di trasporto pubblico, che non contempla questi lavoratori e queste lavoratrici. D’altronde il trasporto pubblico in Italia paga il prezzo del privilegio storico di cui gode da sempre il trasporto privato su gomma.

Dico sempre ai miei studenti: se volete fare una straordinaria esperienza sociologica, venite all’università alle 7 del mattino e scoprirete un’altra università, abitata da chi pulisce le aule e le prepara all’arrivo degli studenti. Queste persone non possono pensare di vivere a San Giovanni in Persiceto, senza auto. E non avendo la possibilità di vivere fuori città, sono costrette a vivere in appartamenti sovraffollati o in condizione di degrado.

Ma la casa, ricordiamocelo, non è solo un tetto, è anche e soprattutto un luogo in cui trovare riparo, stare tranquilli, sentirsi – appunto –  “a casa”. In certi luoghi tutto questo viene meno.

Un ruolo chiave lo giocano anche i servizi, che possono rendere sostenibili o meno certe situazioni. Ad esempio, le stesse strutture di accoglienza notturne spesso non hanno orari compatibili con alcuni lavori. Perciò, chi lavora in quei luoghi non può usufruire di quei servizi. Un dato evidente, in questo senso, ce lo consegna l’Antoniano che ci riferisce di una crescita importante nel numero di persone che usufruisce del servizio-mensa il sabato, cioè quando generalmente non si lavora. Perché quel servizio durante la settimana è incompatibile con gli orari e con le distanze di alcuni posti di lavoro”.

Poi c’è la questione generazionale, in particolare i giovani. Proprio l’Antoniano ci racconta di tanti giovani in fila alla sua mensa…

“Nel report i giovani hanno redditi molto inferiori rispetto alla popolazione più adulta. C’è un altro dato significativo: gli italiani dai 18 ai 24 anni hanno un reddito molto inferiore rispetto ai loro coetanei stranieri. Cioè, in linea di massima, mentre gli italiani studiano e/o godono del supporto della famiglia, gli stranieri vanno a lavorare non appena hanno terminato la scuola dell’obbligo o la frequenza di un istituto professionale o tecnico. Questo lo vediamo anche dalle statistiche di presenza, abbastanza basse, di stranieri nei licei bolognesi.

Poi c’è una quota di giovani che si è trasferita in città senza famiglia e in questa città fatica a sopravvivere. Perciò usano i servizi destinati ai poveri, come le mense, che stanno attraversando un cambio epocale, visto che un tempo erano frequentate quasi esclusivamente da anziani. Luoghi di questo tipo, negli ultimi anni, si sono moltiplicati in città, basta solo guardare all’esperienza delle Cucine popolari, che sono frequentatissime: c’è evidentemente un bisogno che non trova risposte altrove”. 

Infine, permetta un off topic: il questore Antonio Sbordone, nell’ accomiatarsi pochi giorni fa dalla città, ha detto che uno dei problemi più grandi di Bologna è la droga. In che modo i consumi di sostanze si inseriscono nella fotografia che abbiamo tracciato?

“Innanzitutto, vedo con preoccupazione attorno a me la diffusione del crack, che mi pare una droga della disperazione. Ma il fenomeno va guardato anche da un’altra prospettiva: il commercio delle sostanze in strada assicura non solo un reddito ma un riconoscimento sociale in determinati contesti, uno status, che in generale non gli viene riconosciuto altrimenti a quella persona marginalizzata.

Se ci riportiamo alla fotografia che abbiamo appena scattato, alla fatica di raggiungere un reddito sufficiente, il commercio di sostanze fornisce non solo molto più guadagno, immediato, e dà una cosa che il lavoro povero, a certe persone, ad esempio a quelle con background migratorio, spesso non dà, che è il riconoscimento sociale: se io posso cederti una sostanza sono importante per te. E questo riconoscimento non è lo stesso se anziché cedere sostanze si puliscono le aule universitarie all’alba.”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto