Giovedì 12 giugno, alle 18.30, alla Mensa Padre Ernesto dell’Antoniano ci sarà la presentazione del libro “Poveri noi” di Alice Facchini. Piazza Grande sarà presente e l’autrice dialogherà con Ilaria Avoni, presidente della cooperativa, fra Giampaolo Cavalli, direttore dell’Antoniano e don Matteo Prosperini, direttore della Caritas Diocesana di Bologna. L’incontro sarà moderato da Vincenzo Branà, giornalista e operatore di Piazza Grande.
La povertà non interessa più a nessuno, ma ci riguarda
Durante la sua prima presentazione a Bologna, fatta il giorno dell’uscita del libro, il 23 maggio, Alice Facchini confessa la sua paura nella proposta di scrivere un libro sulla povertà in Italia: nell’attuale contesto globale l’attenzione è assorbita da altri eventi, e «a chi potrà mai interessare un libro che parla di povertà della classe media, per giunta in Italia?». Per certi versi sfortunatamente, a molti.
«In Italia il 10% delle famiglie più benestanti detiene il 60% della ricchezza, mentre quasi sei milioni di persone vivono in povertà assoluta. Ecco perché si può dire che, oggi ancor più di ieri, siamo tutti più poveri».

La fotografia di un’Italia sempre più povera
Il libro, edito da Il Margine, offre uno spaccato della situazione della classe media italiana: ci troviamo davanti a un «lento scivolamento» nella spirale della povertà che si fa sempre più inesorabile, che colpisce sempre più famiglie e persone.
La povertà agisce in tante forme, diverse ma interdipendenti, e Alice Facchini lo spiega bene: c’è la povertà materiale, che consiste nella carenza di risorse economiche necessarie al sostentamento; la povertà alimentare, abitativa ed energetica, che consistono nell’assenza di beni primari come il cibo, la casa o il riscaldamento; la povertà educativa e sanitaria, che misurano la difficoltà di accedere a servizi essenziali come la sanità pubblica e l’istruzione.
Circoli viziosi che conducono all’esclusione sociale di una fetta sempre più ampia della popolazione italiana.
Il lavoro non basta
Lontana da ogni tipo di narrazione paternalistica o colpevolizzante, Facchini riporta la realtà in dati con l’occhio attento di una giornalista sociale. Le testimonianze che troviamo nel libro rappresentano la realtà di chi, anche se ha un lavoro stabile, non riesce ad uscire dal disagio economico se non ha, ad esempio, una casa di proprietà o un’altra fonte di reddito.
Lo dimostra l’ultima inchiesta dell’Istituto di Ricerche Economiche e Sociali (IRES). «Il benessere autoalimenta sé stesso, acuendo la diseguaglianza. Si tratta, a questo punto, di scegliere se puntare sulla riduzione di queste distanze, o se lasciarle crescere e consolidarsi», dice il sociologo Gianluca De Angelis che ha condotto la ricerca.
Nessuna colpa
Facchini insiste per cambiare la narrazione prevalente che vuole i poveri colpevoli del loro destino puntando l’attenzione sul contesto e su politiche sbagliate.
«Non è solo una questione di libero arbitrio. Tanto dipende dalle opportunità che ci vengono (o non ci vengono) offerte, dal contesto nel quale siamo immersi, dai servizi presenti sul territorio. Ci sono quindi grandi responsabilità nella povertà, ma queste responsabilità non riguardano i poveri: si tratta di responsabilità politiche, che fanno capo a uno Stato che si sta lentamente ritirando da settori cruciali come l’istruzione, la salute, il lavoro, la casa, il welfare. Il pubblico si fa da parte, disinveste, delega. Il Terzo settore annaspa. Con il risultato che, a essere appaltati, sono sempre più anche i nostri diritti».
È per questo che la povertà ci riguarda, da qualunque posizione la stiamo vivendo, subendo o guardando da lontano.
