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“Senza dimora” o “senza fissa dimora”? Perché le parole contano

Quando parliamo di povertà estrema, esclusione sociale e homelessness, le parole che usiamo fanno la differenza. Il linguaggio può rendere visibili le persone o cancellarle, raccontare la realtà o distorcerla. L’espressione “senza fissa dimora” non descrive con precisione chi vive in strada, né restituisce la complessità delle condizioni di grave marginalità. In questo articolo spieghiamo perché è un’espressione problematica, quali sono le differenze rispetto a “senza dimora” e perché è importante usare un linguaggio corretto quando si parla di homelessness.

Perché “senza fissa dimora” è un’espressione problematica

Abbiamo affrontato il tema anche nella nostra nuova rubrica Parla Bene: il linguaggio non è mai neutro. Le parole con cui nominiamo le persone e i fenomeni sociali ne definiscono identità e significato, soprattutto quando parliamo di soggettività stigmatizzate, criminalizzate, invisibilizzate.

“Senza fissa dimora” è un termine ancora largamente usato, anche da fonti istituzionali, ma non è corretto per descrivere chi vive in strada o in condizione di grave marginalità. Come spiega Dario Giacobazzi della Cooperativa Intrecci:  

“La ‘persona senza fissa dimora’ e la ‘persona senza dimora’ condividono la mancanza di una residenza e di un domicilio stabili, ma non necessariamente condividono la condizione di deprivazione materiale e immateriale che connota il fenomeno della cosiddetta homelessness.”

Le differenze tra “senza fissa dimora” e “senza dimora”

In sintesi:

  • “Senza fissa dimora” si riferisce a chi non ha un’iscrizione anagrafica stabile, non necessariamente a chi vive in povertà estrema o in strada. Potrebbe trattarsi anche di persone che si muovono per scelta – artisti, lavoratori itineranti, nomadi digitali.
  • “Senza dimora”, invece, indica chi non ha un luogo dove vivere, indipendentemente dall’anagrafe: non un letto, non un tetto, non uno spazio da abitare.

E parlare di scelta di fronte alla povertà estrema è una distorsione: significa rimuovere la violenza strutturale di chi è spinto ai margini. Come sottolinea la Cena dell’Amicizia di Milano:  

“Quel ‘fissa’ era di troppo, portava l’attenzione al fatto di avere la residenza in una dimora (iscrizione anagrafica) e non al fatto di avere o no una dimora ‘reale’. Le persone accolte nei nostri centri di accoglienza o nei nostri appartamenti protetti hanno attualmente la residenza anagrafica presso di noi ma non per questo hanno una dimora.”

Casa e residenza: non solo la stessa cosa


Perdere la casa spesso comporta anche perdere la residenza. Ma casa e residenza anagrafica non coincidono:

  • Non avere una residenza significa essere esclusi da diritti fondamentali: il lavoro, l’assistenza sociale, il voto, il medico di base, la possibilità stessa di essere riconosciuti come cittadini.
  • Non avere una casa significa non avere un riparo, uno spazio sicuro, relazioni affettive e una routine.

Piccoli passi avanti: i diritti conquistati

Grazie alla Legge Regionale Emilia-Romagna 2021 n.10 – nota anche come Legge Mumolo, dal nome del promotore Antonio Mumolo – è stato finalmente esteso il diritto al medico di base anche alle persone senza dimora e senza residenza.

Prima, si aggirava il problema iscrivendo queste persone a una “via fittizia”, inesistente sulle mappe ma con valore giuridico: una soluzione poco conosciuta e difficile da attivare.

Questa conquista è frutto dell’impegno di Avvocato di Strada e di molte associazioni del territorio.

Discriminazione istituzionale e rappresentazioni distorte

Nonostante i progressi, l’espressione “senza fissa dimora” continua a essere usata in modo improprio, anche nei documenti ufficiali. Questo non è un dettaglio linguistico: è discriminazione istituzionale (Non proprio un fenomeno marginale. Leggi il nostro approfondimento sul Terzo Rapporto SPAD). 

Le parole sbagliate generano rappresentazioni distorte, che legittimano disuguaglianze e alimentano l’esclusione. Un esempio è l’ultima rilevazione Istat sulla popolazione senza dimora, che distingue tra “senza tetto” e “senza fissa dimora” usando categorie imprecise, incapaci di restituire la complessità del fenomeno.

La sociologa Daniela Leonardi, nel saggio La colpa di non avere un tetto, scrive:

“Parlare delle persone senza dimora in termini di responsabilità del degrado dei centri storici darà legittimità all’immaginazione di interventi collegati all’ordine pubblico, alla sicurezza. Parlarne in termini di individui manchevoli, problematici, depoliticizza la homelessness come questione sociale da cui scompare il tema delle politiche abitative.”

Le parole che scegliamo creano o negano possibilità: incidono sulle politiche, sui servizi, sull’immaginario collettivo.

Cosa facciamo ogni giorno: oltre le parole

A Piazza Grande, non ci limitiamo a usare le parole giuste.
Ci occupiamo di persone senza dimora escluse dal mercato del lavoro e della casa, escluse anche dalla legge 381/1991, che – paradossalmente – non le riconosce come “persone svantaggiate”, pur essendolo nei fatti. Il nostro impegno per la giustizia sociale passa dalla creazione di percorsi che uniscono casa, lavoro, relazioni e cittadinanza.

Tra i nostri progetti:

  • Inserimenti lavorativi: spazi di lavoro dignitoso che mettono al centro le relazioni, il rispetto e l’inclusione, anche nei nostri negozi del riuso.
  • Instrada: servizio di outreach attivo giorno e notte, che intercetta e supporta concretamente chi vive per strada. È attivo anche uno sportello per raccogliere segnalazioni dalla cittadinanza.
  • Housing First: un modello che supera la logica della “meritocrazia” nell’accesso alla casa. Qui si parte dalla casa, come diritto e punto di ripartenza, non come premio da conquistare.

Cosa possiamo fare insieme 

Crediamo nel potere della comunità attiva. Per questo ogni progetto coinvolge la cittadinanza attraverso partecipazione e donazioni.

  • Puoi donare per sostenere i servizi nei periodi di allerta caldo e freddo.
  • Puoi contribuire agli inserimenti lavorativi, aiutandoci a coprire i costi per chi lavora nei negozi del riuso ma resta fuori dalle agevolazioni di legge.
  • Puoi segnalare la presenza di una persona senza dimora per strada.
  • Puoi commentare questo articolo raccontandoci come parli di homelessness, e se pensi che le parole possano davvero cambiare le cose.

Per noi, sì: le parole fanno la differenza. Ma solo se sono l’inizio di un’azione collettiva.

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