Dalla povertà alla colpa: l’elemosina sotto accusa nel nuovo decreto sicurezza

Il Decreto Legge in materia di sicurezza punisce con la pena da 1 a 6 anni chi è responsabile di un minore che chiede l’elemosina. Il confine tra sfruttamento e necessità non sembra essere preso in considerazione e, ancora una volta, ad essere colpite sono le famiglie povere escluse da ogni tipo di assistenza. L’elemosina non è una scelta. Per chi la chiede, è probabilmente l’unica cosa che rimane da fare quando tutto il resto manca: la casa, il lavoro, le relazioni, la salute.  

La narrazione delle persone povere come fannullone, pericolose, criminali, contribuisce alla giustificazione di politiche repressive, a loro volta alimentate da rappresentazioni stereotipate (ne abbiamo parlato in un nostro articolo), che invece di risolvere il problema lo estremizzano

Il tema dell’elemosina torna al centro dell’attenzione con il nuovo decreto sicurezza, che ci suggerisce un’immagine della povertà caratterizzata da sfruttamento e inganno. Ne abbiamo parlato con Maurizio Bergamaschi, professore ordinario del Dipartimento di Sociologia all’Università di Bologna. 

Come sono cambiati nel tempo gli atteggiamenti collettivi e politici nei confronti delle persone che chiedono elemosina? Cosa cambia con il nuovo decreto sicurezza? 

«Se guardiamo al tema dell’accattonaggio in prospettiva storica notiamo che ci sono stati dei profondi cambiamenti. Nell’Ottocento, l’accattonaggio era oggetto di regolamentazioni. C’era la possibilità di avere una sorta di autorizzazione, e solo coloro che avevano questo riconoscimento erano liberi di praticarlo, mentre per chi esercitava la mendicità senza autorizzazione erano previste sanzioni anche molto pesanti. Questo certamente riporta a una narrazione che distingue tra poveri “meritevoli” e poveri “non meritevoli”, che nel corso degli anni e delle politiche è andata a consolidarsi. 

In Italia l’accattonaggio è punito ed è sancito dal Codice Penale a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. Dal secondo dopoguerra, i numeri dei reati di accattonaggio registrati sono minimi, tanto che poi nella seconda metà degli anni Novanta il reato di accattonaggio viene cancellato dal Codice Penale. Negli ultimi anni moltissime città si sono avvalse delle ordinanze del sindaco per vietare e regolamentare, nei modi più bizzarri, la richiesta di denaro sull’intero territorio o in alcuni luoghi specifici. Ciò che merita particolare attenzione oggi è che con il nuovo decreto c’è un ulteriore salto indietro, perché l’accattonaggio diventa nuovamente reato penale e non più amministrativo. Tutto questo segna un passaggio di ordine culturale

La richiesta di denaro in presenza di minori non è socialmente e culturalmente accettabile, e questo influenza lo sguardo sulla povertà, sulla condizione di vita in strada. Sicuramente l’impatto diretto del nuovo reato è importante, ma ancor più rilevante è il cambiamento di sguardo attorno alle condizioni di povertà, per cui la povertà diventa un reato. In questo quadro, il povero non è meritevole di alcunché in quanto responsabile e colpevole della condizione in cui vive». 

Quanto le politiche repressive influenzano gli stereotipi associati alle persone povere? 

«Politiche di questo tipo vanno sempre a modificare le rappresentazioni collettive della povertà e delle persone povere. Pensiamo al reddito di cittadinanza: attorno ad esso si è costruita una rappresentazione trasversale per cui chi percepiva il reddito di cittadinanza era sostanzialmente uno scroccone, uno che approfittava del sistema di welfare, chi preferiva stare sul divano invece che lavorare. Anche la sua cancellazione -fortemente e da subito voluta dal governo- ha contribuito ad alimentare la rappresentazione del povero o del percettore del reddito di cittadinanza come un fannullone. Il cambiamento culturale in atto da alcuni anni attorno alla figura del povero come deviante e criminale, “accettato” solo se in posizione di inferiorità, subisce una accelerazione con questo decreto». 

È giusto che la responsabilità (mancata) di politiche che producono disuguaglianze venga lasciata ad atti di filantropia? 

«La gestione della povertà viene affidata solo ed esclusivamente alla buona volontà degli uni o degli altri. Non c’è il riconoscimento della povertà come problema pubblico, ma è ritenuta un problema privato che deve trovare una risposta in un soggetto altrettanto privato. Il singolo individuo è chiamato a farsi carico del bisogno di un altro individuo.

L’elemento della discrezionalità diventa centrale. La persona in condizione di povertà non ha alcun diritto a richiedere qualche forma di supporto; l’unica possibilità che gli è data è incontrare una persona che discrezionalmente può decidere se aiutarla o meno. Siamo tornati in pieno Ottocento, a quando ancora uno stato sociale non esisteva. Ciò che viene meno di fatto è il riconoscimento alla persona in condizione di povertà di un insieme di diritti che la rendono un cittadino al pari di tutti. Quando questi diritti non vengono riconosciuti solamente l’intervento di un privato può andare a colmare la lacuna. Non siamo più di fronte a un intervento di tipo universalistico ma discrezionale, cioè lasciato alla libera volontà del singolo».

C’è ancora attenzione pubblica sul tema o l’interesse nei confronti delle persone in povertà estrema è diminuito?

«Certamente l’attenzione pubblica è ridotta. Lo vediamo dal fatto che le persone in povertà spesso vengono allontanate da determinati luoghi perché considerate responsabili del degrado urbano. Rimane in alcuni casi una sensibilità verso queste tematiche, ma resta da chiedersi se la sensibilità si limita a riconoscere le forme della povertà e lo stato di bisogno, o se porta ad affermare la necessità che anche alle persone povere vengano garantiti dei diritti. Credo che sia importante alimentare una sensibilità pubblica che porta a riconoscere che la persona povera è in prima istanza un individuo, una persona i cui diritti devono essere riconosciuti». 

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1 commento su “Dalla povertà alla colpa: l’elemosina sotto accusa nel nuovo decreto sicurezza”

  1. Le parole a chi sa scriverle e pronunciarle ad altri, elevano lo stesso al di sopra di una fascia sociale. Quest’ ultima non ha scelta di cambiamento, certo è che se lo stato non crea un welfare più favorevole bisogna che il singolo cittadino se ne prenda carico, di tutto ciò bisogna ragionare anche su chi ne fa un mestiere, l’elemosinare. Inoltre la politica di opposizione deve fare e può fare di più, le parole a volte ingannano a chi vive nei substrati della società.

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